EXPLORING THE GLOBE | Trieste: la Risiera di San Sabba

Trieste, Italia

27 gennaio 1945.
Ricordiamo.
Ci fermiamo a pensare.
Riflettiamo su ciò che un senso non ha.

Era il 27 gennaio 1945 quando i soldati dell’Armata Rossa entrarono nel campo di Auschwitz-Birkenau e liberarono i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista.
In seguito fu rivelato al mondo intero il più atroce orrore della storia dell'umanità: la Shoah.
Ogni anno ci raccogliamo in un momento di riflessione nella Giornata della Memoria.
Ricordiamo ciò che è accaduto nel resto del mondo durante la seconda guerra mondiale, ma spesso le storie di casa nostra non le conosciamo.
Non tutti sanno infatti che l’unico campo di sterminio nazista in Italia con forno crematorio era a Trieste.

Recentemente, durante un viaggio a Trieste, ho avuto modo di visitare la Risiera di San Sabba e conoscere alcune persone, testimoni di questo triste momento storico.
Un lager nazista, all’interno di una città, a pochi passi dallo stadio della Triestina. In questo campo di sterminio hanno perso la vita tra le tre e le cinquemila persone. Friulani, istriani, sloveni e croati, ebrei, triestini.
Alcune persone anziane che ho incontrato, mi hanno raccontato che nei giorni di vento, l’aria trasportava un odore acre, una puzza di bruciato, era quasi impossibile respirare. Dalla Risiera si vedevano uscire i camion con i sacchi di carta, quelli usati per il cemento, colmi di cenere.
I sacchi venivano portati verso il mare e poi scaricati dal pontile.
Ora la Risiera è un luogo di memoria dove sono custodite testimonianze di sofferenza umana.

Il grande stabilimento per la lavorazione del riso fu costruito nel 1898 nel quartiere periferico di San Sabba. Dopo l’occupazione nazista, la Risiera venne requisita e inizialmente utilizzata dai nazisti come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati. In seguito, verso la fine del 1943 fu adibito a Polizeihaftlager, un campo di detenzione di polizia. Da qui i deportati venivano smistati in Germania e in Polonia oppure detenuti ed eliminati se erano partigiani, prigionieri politici ed ebrei.
La Risiera era composta da più edifici. I nazisti organizzarono i vari piani e le stanze secondo la destinazione dei prigionieri. All’entrata dello stabilimento era situata la “cella della morte”. Qui venivano stipati i prigionieri prelevati dalle carceri o catturati durante i rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore.
Al pianterreno dell’edificio di tre piani venivano impiegati i prigionieri. Qui erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria, le camerate per gli ufficiali e i militari delle SS.
Nell’adiacente edificio a quattro piani, venivano rinchiusi i militari, gli ebrei, i prigionieri civili, uomini e donne di tutte le età e bambini destinati alla deportazione in Germania.
Nel cortile interno c’era l’edificio destinato alle eliminazioni. La sagoma del forno crematorio è ancora oggi visibile.
Nel 1944, per 3 mesi, i nazisti utilizzarono il preesistente essiccatoio per essiccare il riso.
In seguito, venne chiesta la collaborazione di un architetto, un “esperto” partecipante all’Aktion T4, il programma nazista di eutanasia. L'ideatore di questo nuovo progetto, aveva una certa esperienza in quanto costruì forni crematori in alcuni campi di sterminio nazisti in Polonia.
L’essiccatoio fu così trasformato in forno crematorio.
Le ipotesi sul tipo di esecuzione in uso sono diverse: gassazione in automezzi, un colpo alla nuca con un bastone o la fucilazione. Per coprire le urla ed i rumori delle esecuzioni, i tedeschi alzavano il volume degli apparecchi radio, accendevano i motori degli autocarri, aizzavano i cani di guardia affinché latrassero. I rumori si udivano anche da fuori. Il lager non era proprio sconosciuto ai cittadini di Trieste.
Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 i nazisti abbandonarono la Risiera e per eliminare le prove dei loro crimini, gli edifici del forno crematorio furono fatti saltare con la dinamite.

Solo nel 1965 la Risiera fu dichiarata Monumento nazionale con un decreto di Saragat.
Nel 1975, ristrutturata su progetto dell'architetto Romano Boico, divenne il Civico Museo della Risiera di San Sabba.
E i responsabili dei crimini?
Dopo 30 anni di silenzi, dossier dimenticati, nel 1976 si concluse a Trieste il processo ai responsabili dei delitti commessi durante l’occupazione tedesca alla Risiera. Tra tanti accusati, spiccavano i nomi di due nazisti: il comandante della Risiera, Oberhauser e quello del suo diretto superiore, Allers.
Purtroppo al processo non si è presentato nessuno. Parecchi accusati erano stati giustiziati dai partigiani, altri deceduti per cause naturali. Il comandante Oberhauser, fu arrestato in Austria e dopo quattro anni e sei mesi di reclusione ritornò a fare quello che aveva sempre fatto prima di entrare nelle SS: vendere birra nella sua fabbrica a Monaco di Baviera.
Vi starete chiedendo perché Oberhauser non è mai stato estradato.
La giustizia italiana non ne ha chiesto l’estradizione perché in base agli accordi italo-tedeschi all’epoca esistenti, potevano essere estradati solo i sospettati di reati commessi dopo il 1948.
Un processo inutile. Una beffa.
Oberhauser fu condannato all’ergastolo e deceduto nel 1979 a 65 anni.
Allers morì nel 1975. Un anno prima del processo.

Ricordiamo ancora.
Pensiamo.
Riflettiamo su ciò che un senso non ha.

MUSEO DELLA RISIERA DI SAN SABBA
Via Giovanni Palatucci, 5 - Trieste
Orari: feriale e festivo dalle 9 alle 19
Chiuso il 1° gennario e il 25 dicembre.
Ingresso gratuito.
Autobus: n. 8 dalla stazione ferroviaria, circa 20 minuti di tragitto. Dall'ultima fermata dell'autobus (Roiano) camminare direzione stadio e girare a sinistra in Via Palatucci.
Auto: autostrada A4. Uscita: Valmaura/Stadio/Cimitero

2 commenti

  1. Ho visitato anch'io La Risiera molti anni fa ed è stato toccante. Sono di Trieste e vedendo la Risiera ogni giorno ci si dimentica di quanto è accaduto. Grazie per aver condiviso la sua storia.
    Sara

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    Risposte
    1. Una delle cose più tristi, ascoltando i racconti di chi ha vissuto quel momento, è sapere che i triestini non vedevano o facevano finta, vivendo quasi in un’illusoria normalità. Sara, mi ha fatto molto piacere il tuo commento.

      Elimina

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